Qualche tempo fa la mia amica Tesorella mi ha raccontato che sarebbe andata a un incontro dell'UAAR, di cui fa parte, con l'intenzione di aprire un dibattito sul tema: Come spiegare ai bambini che dopo la morte non c'è nulla.
Atea convinta e anche un po' arrabbiata, infarcita dei soliti luoghi comuni tipo "con i soldi che ha il Papa si potrebbe sfamare tutto il terzo mondo" (terrestre e anche quello di Vega, suppongo!) o "i preti fanno cose peggiori degli altri" (ma i preti sono supereroi o umani?), mi diceva che è più facile per un credente parlare della morte ai propri figli, perché si racconta loro la favoletta del Paradiso, e li si fa stare tranquilli così, mentre per un ateo la faccenda è più complessa: si deve spiegare al bambino che la morte è la fine di tutto, che non c'è niente dopo, e che, quindi, tutto quello che si fa in vita, nel bene o nel male, è destinato a scomparire e annullarsi.
D'altra parte la religione è l'oppio dei popoli, aggiungeva Tesorella, e l'oppio serve per far credere che la realtà sia migliore di quella che è, ma lei, a suo figlio, non vuole raccontare bugie.
Ora, io sono convinta che Tesorella sia in buonafede, prego costantemente per la sua conversione e sono anche riuscita a far entrare in casa sua un rosario benedetto, troverò anche il modo di insegnarle a recitarlo, e poi è una persona buona e io le voglio sinceramente bene (ed è bellissima, lo scrivo perché semmai dovesse leggere e riconoscersi, almeno forse si arrabbierebbe un po' meno).
Mi dispiace che creda che la vita abbia fine con la morte, per vari motivi, primo tra tutti perché è una cosa davvero triste.
Naturalmente, anche se pensa di conoscere la verità, non ha prove di quello che afferma, così come un credente non ha prove scientifiche che il Paradiso esista.
Però facciamo questo ragionamento: una cosa che voglio è che i miei figli siano certi che io non racconto mai loro delle bugie. Voglio che si possano fidare di me, e se devo dir loro qualcosa di spiacevole lo faccio, a volte anche con troppa durezza, ma quando li rassicuro su qualcosa loro si fidano e questo è di conforto sia per me che per loro.
Questo è anche il desiderio della mia amica, ed è per questo che vuole dire a suo figlio, se non l'ha già fatto, che dopo la morte non c'è più nulla.
Ma veniamo a noi: immaginiamo per un attimo che abbia ragione lei, che con la morte finisca tutto, che il Paradiso sia solo un'invenzione degli uomini per avere meno paura. Bene, i miei figli un giorno (spero il più tardi possibile) moriranno, e sarà tutto finito. Io ho raccontato loro del Paradiso, e non era vero, ok, ma nemmeno se ne accorgeranno, perché dopo il passaggio non c'è niente. I miei figli non sapranno mai che ho detto loro una bugia. Stop, the end, fine, punto.
Immaginiamo la situazione opposta: il Paradiso esiste eccome, esiste una vita dopo la morte, non finisce proprio niente, anzi, inizia il bello: i miei figli godranno della Luce eterna, si sazieranno al banchetto celeste, sarà per loro una festa senza fine e canteranno il Gloria (che tanto piace loro) davanti a Dio.
Il figlio di Tesorella pure, sarà accolto dalle schiere degli angeli, si accorgerà che la vita continua, che tutto quello che ha fatto, nel bene e nel male, durante la sua vita terrena, non è andato perduto, che dopo la morte c'è ancora un sacco da fare.
E, ahimè, si accorgerà che la sua mamma, sebbene in buonafede, gli ha raccontato una bugia.
Accidenti, a pensarci bene, non è che credere nel Paradiso conviene comunque?
Tesorella, ti voglio bene.
Anna

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