sabato 17 agosto 2013

Supereroi moderni





Gli uomini sono fatti per stare davanti a uno schermo acceso, con un unico programma aperto, e l'unica altra cosa che riescono a fare è spostare la sedia su cui siedono mentre qualche bambino gli gattona intorno.

Gli uomini sono fatti per restare seduti a tavola dopo cena mentre la moglie sparecchia, per guardare un telefilm con le cuffie e non accorgersi che di là i bambini urlano distruggono parte della casa, per guidare scegliendo strade improbabili, incuranti delle indicazioni stradali e dei suggerimenti degli altri passeggeri, e arrivare comunque alla meta.

Sono fatti per smontare un elettrodomestico per ripararlo e passare l'intero weekend a rimontarlo, e nel frattempo non rispondere a nessun tipo di domanda che non sia "hai fame?", sono fatti per sedersi sulla sdraio, sotto l'ombrellone, con una rivista di computer e il cellulare a portata di mano.

Gli uomini sono fatti per indicare la rotta, per fornire un modello, perché i loro figli dicano: "quando sarò grande voglio essere come mio papà".

Gli uomini sono fatti per tutte queste cose, e non c'è una vena polemica in quello che scrivo, non sono ironica e non mi sto lamentando.

So per certo, inoltre, per cosa non sono affatto fatti gli uomini.

Gli uomini non sono fatti per fare i padri single, per preparare pappe e tentare di nutrire bambini di un anno, più interessati a ficcare qualcosa nel piatto che in bocca, per cambiare tre pannolini di seguito perché si fanno i bisogni a rate, e non è logico, per alzarsi di notte a dare acqua o a tirare sù il lenzuolo. 

Non sono fatti per preparare borse coi cambi prima di una scampagnata, per scegliere i vestiti adatti, per ricordarsi di portare il bavaglino e un po' di camomilla, che non si sa mai.

Gli uomini non sono fatti per vivere in una stanza di ospedale dove devi andare in bagno di corsa, dove non puoi nemmeno chiuderti a chiave, e rischi sempre che entri qualche infermiera, per mangiare il cibo del vassoio in piatti di plastica, per pulire vomiti e diarree, cambiare lenzuola, soffiare nasi e lavare denti. 

Tutto questo, invece, con tante difficoltà, mio marito lo fa ogni giorno, da quasi tre anni (con qualche interruzione, per fortuna), senza lamentarsi, senza risparmiarsi, quasi senza chiedere aiuto.

Dice che non ha più l'età, ma non è una questione anagrafica a farlo sentire fuori luogo, è quello che si trova a fronteggiare giornalmente, che non è affatto per lui, anche se lui non si tira mai indietro.

Mio marito è un supereroe.



PS: la S nel diamante è di Stefano, non di Superman!

lunedì 12 agosto 2013

Lo stretto indispensabile

Quando il mio primogenito aveva circa un anno ho iniziato (abbiamo iniziato) a cercare di procurargli un fratellino.
La prima gravidanza non è arrivata subito, diciamo che si è fatta aspettare e desiderare parecchio, quindi non mi stupivo del fatto che anche quella volta i mesi passassero e ancora la mia pancia era vuota.
Non mi stupivo ma non disperavo.
Con il grande di un anno, e poi di un anno e mezzo abbondante, andavamo avanti a canzoni dei film Disney, e una in particolare mi risuonava in testa spesso, la canzone di Baloo, l'orso de "Il libro della giungla":


Mi ripetevo spesso e canticchiavo le ultime parole:

"e quando sai che puoi farne a meno
e non ci stai pensando nemmeno
sai cosa accadrà?
quel che ti occorre lì per lì ti arriverà"

A febbraio ho avuto un problema al seno, ho fatto diverse ecografie e anche un ago aspirato. Non era niente, ma diciamo che mi sono focalizzata su quello, e a metà marzo, non ci stavo pensando nemmeno,  ho scoperto di essere incinta!
"Quel che ti occorre" dice la canzone, non "quel che desideri" o "quello che speri". Quel che ti occorre.
A mio figlio occorreva un fratello. E gli è arrivato.

La stessa cosa succedeva a novembre del 2011, quando la stessa canzone mi tornava in mente e quando poi ho scoperto di aspettare il mio bambino numero tre.

Ora mi occorre qualcosa di diverso. Mi occorre che il mio primogenito guarisca. Occorre che si salvi. Occorre che viva.
E invoco la canzone come un mantra, come un portafortuna, come una preghiera, per far capire a Chi di certo Lassù mi ascolta che cosa mi occorre.
So che posso farne a meno perché dopo 5 anni di calvario ho fatto pace con l'idea che potrei perderlo. L'anno scorso ci siamo andati così vicino che quasi avevamo accettato la cosa.
Ma mi occorre che viva. Ogni volta che lo guardo, lo so. Mi occorre che viva.


domenica 4 agosto 2013

Pasta Madre e Licoli

Sto in fissa. Ho preso una sbandata. Non pensavo che potesse succedere, oltre a Candy Crush in questo periodo c'è un'altra cosa che occupa grande parte dei miei pensieri e delle mie giornate:
La Pasta Madre.
Trattasi di intruglio fatto da farina e acqua che, con uno starter iniziale zuccherino, miele, yogurt o altro, inizia a fermentare giovando dei batteri presenti nell'aria, e dà vita a una roba viva, che si conserva in frigo, si "rinfresca" di tanto in tanto e si usa al posto del lievito chimico per fare pizza, pane e chi più ne ha più ne metta.
Sono venuta a conoscenza di Pasta Madre girovagando su vari siti e vari blog, e me ne sono innamorata seguendo il blog di Cristina, di cui parlerò prossimamente, perché merita (Cristina, non il suo blog).
Ho tentato in vari modi di produrla, senza risultato, non fermentava e diventava acida.
Poi una personcina magica me ne ha "spacciata" un po' (si dice così) e da quel momento è una presenza importante nel mio frigorifero.
Si chiama Claretta, la mia Pasta Madre, che è la contrazione di Clara Concetta, che poi è il nome che 

avevo scelto per il mio terzo figlio qualora fosse stato femmina. 
Claretta vive nel suo barattolo decorato con una placca di rame che io stessa ho inciso nell'acido, per darle una casetta bella e personalizzata, e ogni volta che serve, o che ne ho voglia, viene fuori, la rinfresco e faccio il pane.

Come si rinfresca: si toglie dal barattolo aiutandosi con un cucchiaio e si pesa. La mia fa circa 200 grammi.
Io aggiungo 120 ml di acqua di rubinetto a temperatura ambiente e la sciolgo ben bene aiutandomi con una frusta a mano.
Poi aggiungo farina di Manitoba, quanto basta per farla diventare una palla morbida ma che non si attacchi alle mani. E' importante darle da mangiare sempre farine con molto glutine. Sulla busta della farina ci dovrebbe essere scritta la percentuale di proteine contenuta. Nella farina 0 è più alta che in quella 00, e quindi va preferita. Nella farina 0 manitoba ce n'è ancora di più, circa il 15%, e questo è essenziale per dare da mangiare alla Pasta Madre una grande quantità di glutine fresco, in modo che lieviti bene e non inacidisca. Si chiama anche "farina di forza" proprio per questo motivo.
Una volta impastata la metto a riposare nel forno spento, per un periodo variabile. In inverno tutta la notte, ora che fa un gran caldo bastano 4-5 ore.
Dopo questo tempo, col cucchiaio prendo circa la metà dell'impasto ottenuto e lo rimetto nel suo barattolo, chiudo e metto in frigo. Così Claretta è di nuovo a casa ed è pronta per la prossima volta.
Con la parte restante faccio pane, pizza, panini, calzoni al forno, cornetti... aggiungendo di volta in volta gli ingredienti necessari (sale, olio, latte, farine integrali, di farro ecc.).

Il pane viene buono, si conserva a lungo, e poi, soprattutto, che soddisfazione!

La stessa personcina magica che mi ha spacciato Claretta, poi, mi ha introdotto al magico mondo del Licoli, ovvero il LIevito in COttura LIquida.
E' simile alla Pasta Madre ma il suo grado di idratazione è 130%, ovvero è molto più idratato, tanto da essere quasi liquido. 
La sua caratteristica principale è che può vivere nel frigo senza essere rinfrescato per un mese, un mese e mezzo, e non si rovina, a differenza della Pasta Madre che va rinfrescata minimo minimo una volta alla settimana (anche più spesso ora che fa così caldo).
Il barattolo con attorno lo scotch colorato me l'ha dato lei, e mi ha suggerito un sito su cui trovare le istruzioni per "curarlo". Il sito "C'è di mezzo il mare" è di una mia omonima, che vive in Giappone, e che crea in cucina delle cose meravigliose.
E' però evidentemente più poetessa che ingegnere, perché le sue istruzioni sono molto articolate e farcite di commenti, poco schematiche, quindi ci si deve perdere un po' di tempo per capire e buttarsi. In ogni caso da lì ho preso le istruzioni per convertire la Pasta Madre in Licoli, e negli ultimi giorni mi sono cimentata in questa impresa dando vita alla creatura nel barattolo accanto a quello che mi è stato spacciato, partendo da Claretta. Si chiama Lucina, da Lucia Teresina, altro nome che darei a una figlia femmina. No, non è che mi piacciono i nomi doppi, è che ho talmente tante Sante e Santi da ringraziare che non mi basterebbe mettere al mondo una dozzina di figli per rendere onore a tutti.
Dagli scarti della conversione della Pasta Madre in Licoli ho tirato fuori dei panini al latte, i calzoni al forno e, naturalmente, la pizza (io mangerei pizza tutti giorni).

L'ultima impresa è stata quella di creare uno di quelli che la Anna del Giappone chiama Licol-frutta, cioè una pasta liquida lievitante che vien fuori sfruttando la fermentazione della frutta.
Per questa riporto le istruzioni passo passo perché è di grandissima soddisfazione e di riuscita immediata (se ce l'ho fatta io...)

  • Si prende una prugna, si lava, si affetta e si mette in un bicchiere con circa 200 ml di acqua. Si lascia coperta con un piattino tutta la notte, poi, la mattina, si mette in frigo così com'è e si lascia fino a sera.
  • la sera si tira fuori dal frigo, si filtra e si usa.
  • 30 gr di farina di manitoba + 30 gr di infusione di prugna, mescolare con una frusta, mettere in un bicchiere coperto da un piattino e lasciare a temperatura ambiente.
  • dopo 8 ore (in realtà anche dopo 5 ore, con il caldo) aggiungere 30 gr di infusione  e 30 gr di farina di manitoba, mescolare con la frusta e lasciar riposare, coperto da un piattino.
  • Ripetere il passaggio precedente per 4 volte (fino a finire l'infuso) aggiungendo di volta in volta 30 gr di infusione e 30 gr di manitoba, e poi lasciar riposare per 5-8 ore. (io non sono stata molto rigida sugli orari, la notte non mi sono alzata per rinfrescare e ho lasciato anche 10 ore a riposare, il giorno ho anticipato un po' i tempi).
  • dopo l'ultimo passaggio e l'ultimo riposo, conservare in frigo.
Mano a mano che si procede si dovrebbe vedere la fermentazione, il volume dell'impasto aumenta e si vedono le bolle d'aria (alveoli) prodotte dai batteri fermentanti.
Con il mio Licol-prugna ancora non ho fatto niente, ma sono curiosa come una scimmia e non credo che resisterà molto in frigo prima di essere sperimentato.


sabato 25 maggio 2013

Triops




Nella nostra stanza di ospedale si sta rinnovando il miracolo della vita
Io e Stefano abbiamo fatto nascere la nostra quarta creatura.
Tutto è iniziato a Natale scorso, quando nonna Teresa e zia Daniela hanno fatto lo stesso regalo a Filippo. Due scatole dello stesso gioco ci sono sembrate sprecate, così zia Daniela si è ripresa la sua dicendo che l'avrebbe cambiata.
E così ha fatto, ma poi non ci siamo più visti quindi non ci si è più pensato.
Quando ci hanno ricoverati, zia Daniela ne ha approfittato per portare il suo regalo a Filippo.
Si tratta di una scatola della Clementoni chiamata "parco giurassico", nella quale abbiamo trovato un plastico adatto a far crescere delle piantine (di cui erano compresi i semi che abbiamo subito piantato nel terriccio fornito assieme al resto), posizionare quattro dinosauri, effettuare l'esperimento di eruzione vulcanica usando aceto, bicarbonato e colorante alimentare rosso (abbiamo intrattenuto tutto lo staff infermieristico con le nostre eruzioni).
Ma la cosa più interessante era la presenza nel plastico di una vaschetta destinata ad accogliere i triops.
Crostacei ancestrali già presenti all'epoca dei dinosauri, possono essere allevati da chi compra il gioco e richiede alla Clementoni le uova e il mangime documentando l'acquisto della scatola mediante un codice presente al suo interno.
Mi sono subito fatta spedire le uova. Inizialmente, presa dalla fretta di fare, non ho seguito a dovere le istruzioni: ho versato metà del contenuto del sacchetto in acqua minerale mentre era richiesta acqua distillata, e dopo un po' di giorni non era ancora nato niente.
Ho quindi comprato l'acqua distillata guadagnando così un ottimo punteggio con il ferramenta sotto casa, che ha sicuramente pensato che finalmente avevo deciso di mettermi a stirare, ho buttato tutto e versato la seconda e ultima parte di uova nella vaschetta.
Questo succedeva venerì sera. Domenica mattina le uova si erano magicamente schiuse e nell'acqua si percepiva un movimento. I triops erano nati!!!
Lunghi, anzi corti, circa un millimetro e bianchi, si muovevano per tutta la vaschetta.
Ci siamo emozionati e il reparto con noi.
Dopo un paio di giorni ci siamo accorti che uno dei triops era molto più grande degli altri, e che ce n'erano almeno altri due, minuscoli.



Dato che, secondo le istruzioni, non era ancora tempo di dar loro da mangiare, abbiamo aspettato, ma il triops grande deve aver fatto fuori i fratelli perché a un certo punto è rimasto da solo.
Ora l'acqua è pulita, lui mangia regolarmente e a forza di mute dell'esoscheletro che troviamo sul fondo della vaschetta è diventato di circa due centimetri e mezzo, compresa la coda.
Nessuno di quelli che entrano in stanza rimane indifferente: qualcuno è affascinato, qualcuno incuriosito, qualcuno schifato, qualcuno addirittura intimidito.


Perfino la nostra Primaria ha mostrato di essere a conoscenza del nostro inquilino. Non l'ha degnato di uno sguardo ma, a modo suo, ha dato la sua approvazione al suo soggiorno in reparto.
Il prossimo passo sarà quello di trasferirlo in una vasca più grande sperando che aumenti di dimensioni...



Anna







venerdì 15 marzo 2013

Benvenuto Papa Francesco



"Non basta che la nostra verità sia ortodossa e la nostra azione pastorale sia efficace. 
Senza la gioia della bellezza, la verità diventa fredda e perfino spietata e superba, come vediamo nel discorso di molti fondamentalisti amareggiati. 
Sembrerebbe che mastichino cenere anziché assaporare la dolcezza gloriosa della Verità di Cristo, che illumina con una luce tranquilla tutta la realtà, assumendola per com’è ogni giorno. 
Senza la gioia della bellezza, il lavoro per il bene diventa oscuro efficientismo, come constatiamo nell’azione di molti attivisti che hanno travalicato i limiti. 
Sembrerebbe che rivestano di lutto statistico la realtà invece di ungerla con l’olio interiore del giubilo che trasforma i cuori, uno a uno, da dentro" 
(22 aprile 2011).

Così diceva Papa Francesco in un'omelia del 2011.

Papa Francesco. 
Che meraviglia. 
Hai fatto dire un Pater, un'Ave e un Gloria a tutta la Piazza, a tutti quelli che ti seguivano da casa, dalla tv... 
Hai chinato il capo e hai fatto pregare in silenzio migliaia e migliaia di persone... 
Se non è un miracolo questo... E solo nella prima apparizione pubblica! Se tanto mi dà tanto...

Certo, dopo due giorni si parla solo del fatto che hai dimezzato la scorta, che hai rifiutato la croce d'oro, che hai pagato il conto... 
E così hai anche messo a tacere quelli che parlano solo delle mercedes e delle scarpe rosse di Prada del Papa, dell'anello che da solo potrebbe dare da mangiare a tutto il terzo mondo... 
Ecco il secondo miracolo. 
Pare che tu vada a genio pure a quelli che di solito dicono "credo in Dio ma non nella Chiesa, il Papa è ricco, il Vaticano dovrebbe dare tutti i suoi soldi ai poveracci"
Staremo a vedere. 

Ho una certezza: "Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito" (Gv 3,8) - parole di Gesù a Nicodemo - 
Lo Spirito Santo entra nella cappella Sistina e guida i voti dei cardinali, guida la scelta del Papa.
Tu, Papa Francesco, sei un dono dello Spirito.

Portaci la gioia della bellezza, la bellezza di Gesù Cristo, ne abbiamo tanto tanto bisogno!



lunedì 11 febbraio 2013

Le dimissioni di Benedetto


La notte in cui è nato il mio secondo figlio, prematuro di 26 settimane e del peso di un chilo, il mio primogenito, allora di 2 anni, si trovava in una camera sterile perché aveva appena ricevuto la diagnosi di leucemia.

Ora, dopo 4 anni e mezzo, sono entrambi sul divano alle mie spalle e guardano la televisione, mentre il mio terzo figlio, di 6 mesi, mi si agita in braccio.
Era domenica, e avevo ascoltato per radio la Messa di Radio Maria. Le parole ascoltate all'omelia mi risuonavano in testa. Il sacerdote aveva citato il brano del Vangelo di Matteo in cui si racconta della tempesta sedata da Gesù:

Essendo poi salito su una barca, i suoi discepoli lo seguirono. Ed ecco scatenarsi nel mare una tempesta così violenta che la barca era ricoperta dalle onde; ed egli dormiva. Allora, accostatisi a lui, lo svegliarono dicendo: «Salvaci, Signore, siamo perduti!». Ed egli disse loro: «Perché avete paura, uomini di poca fede?» Quindi levatosi, sgridò i venti e il mare e si fece una grande bonaccia. I presenti furono presi da stupore e dicevano: «Chi è mai costui al quale i venti e il mare obbediscono?» (Mt8, 23-27)

Durante la notte, dopo il parto, non riuscivo a prendere sonno e continuavo a ripetere quelle due parole: "Signore, salvaci", salva la mia famiglia.


Sono le stesse parole che mi tornano in testa oggi, da quando ho letto la notizia delle prossime dimissioni del Santo Padre.
"Signore, salvaci", salva la tua Chiesa.

Le porte degli inferi non prevarranno, di questo sono certa, eppure quanta tristezza...




domenica 10 febbraio 2013

"the end" or "to be continued"?



Qualche tempo fa la mia amica Tesorella mi ha raccontato che sarebbe andata a un incontro dell'UAAR, di cui fa parte, con l'intenzione di aprire un dibattito sul tema: Come spiegare ai bambini che dopo la morte non c'è nulla.

Atea convinta e anche un po' arrabbiata, infarcita dei soliti luoghi comuni tipo "con i soldi che ha il Papa si potrebbe sfamare tutto il terzo mondo" (terrestre e anche quello di Vega, suppongo!) o "i preti fanno cose peggiori degli altri" (ma i preti sono supereroi o umani?), mi diceva che è più facile per un credente parlare della morte ai propri figli, perché si racconta loro la favoletta del Paradiso, e li si fa stare tranquilli così, mentre per un ateo la faccenda è più complessa: si deve spiegare al bambino che la morte è la fine di tutto, che non c'è niente dopo, e che, quindi, tutto quello che si fa in vita, nel bene o nel male, è destinato a scomparire e annullarsi.

D'altra parte la religione è l'oppio dei popoli, aggiungeva Tesorella, e l'oppio serve per far credere che la realtà sia migliore di quella che è, ma lei, a suo figlio, non vuole raccontare bugie.

Ora, io sono convinta che Tesorella sia in buonafede, prego costantemente per la sua conversione e sono anche riuscita a far entrare in casa sua un rosario benedetto, troverò anche il modo di insegnarle a recitarlo, e poi è una persona buona e io le voglio sinceramente bene (ed è bellissima, lo scrivo perché semmai dovesse leggere e riconoscersi, almeno forse si arrabbierebbe un po' meno).

Mi dispiace che creda che la vita abbia fine con la morte, per vari motivi, primo tra tutti perché è una cosa davvero triste. 

Naturalmente, anche se pensa di conoscere la verità, non ha prove di quello che afferma, così come un credente non ha prove scientifiche che il Paradiso esista.

Però facciamo questo ragionamento: una cosa che voglio è che i miei figli siano certi che io non racconto mai loro delle bugie. Voglio che si possano fidare di me, e se devo dir loro qualcosa di spiacevole lo faccio, a volte anche con troppa durezza, ma quando li rassicuro su qualcosa loro si fidano e questo è di conforto sia per me che per loro.
Questo è anche il desiderio della mia amica, ed è per questo che vuole dire a suo figlio, se non l'ha già fatto, che dopo la morte non c'è più nulla.

Ma veniamo a noi: immaginiamo per un attimo che abbia ragione lei, che con la morte finisca tutto, che il Paradiso sia solo un'invenzione degli uomini per avere meno paura. Bene, i miei figli un giorno (spero il più tardi possibile) moriranno, e sarà tutto finito. Io ho raccontato loro del Paradiso, e non era vero, ok, ma nemmeno se ne accorgeranno, perché dopo il passaggio non c'è niente. I miei figli non sapranno mai che ho detto loro una bugia. Stop, the end, fine, punto.

Immaginiamo la situazione opposta: il Paradiso esiste eccome, esiste una vita dopo la morte, non finisce proprio niente, anzi, inizia il bello: i miei figli godranno della Luce eterna, si sazieranno al banchetto celeste, sarà per loro una festa senza fine e canteranno il Gloria (che tanto piace loro) davanti a Dio.
Il figlio di Tesorella pure, sarà accolto dalle schiere degli angeli, si accorgerà che la vita continua, che tutto quello che ha fatto, nel bene e nel male, durante la sua vita terrena, non è andato perduto, che dopo la morte c'è ancora un sacco da fare. 
E, ahimè, si accorgerà che la sua mamma, sebbene in buonafede, gli ha raccontato una bugia.

Accidenti, a pensarci bene, non è che credere nel Paradiso conviene comunque?

Tesorella, ti voglio bene.

Anna